Viaggio in Basilicata

Stretta tra i contrafforti montuosi della Campania e della Calabria e le assolate distese della Puglia, affacciata a occidente sul Tirreno dalle spettacolari terrazze di Maratea, e dolcemente adagiata a oriente sui campi coltivati e sulle spiagge dorate dello Ionio. E' la Basilicata, tesa tra l'uno e l'altro mare come una bandiera punteggiata di castelli imponenti, paesi aggrappati ai fianchi di monti maestosi, calanchi dall'aspetto lunare, insediamenti rupestri, santuari dalla fama miracolosa, siti archeologici e i boschi, fitti e ombrosi, da cui prese l'antico nome di Lucania.

Una regione dal fascino misterioso e discreto, che reca ancora le tracce di quel mosaico di civiltà e di popoli che l'hanno abitata. Dai Lucani ai Greci, dai Romani ai Bizantini, dai Longobardi ai Saraceni, dai Normanni agli Svevi, dagli Angioini agli Spagnoli fino agli Albanesi i cui discendenti custodiscono ancora oggi la loro lingua e le loro tradizioni balcaniche. Terra antica nel senso più ricco e profondo del termine, la Basilicata è stata a lungo nell'immaginario italiano simbolo di povertà, di arcaismo, dimancato sviluppo, l'ultima frontiera del mondo magico.

L'emblema di questo luogo comune sono i Sassi di Matera, fino a qualche decennio fa vergogna nazionale, scandaloso marchio di arretratezza e oggi rivalutati come straordinaria testimonianza storica e culturale, al punto da essere considerati dall'Unesco come un patrimonio dell'umanità. E proprio questa città-soglia rappresenta il punto di partenza ideale di un viaggio in Basilicata, da est verso Ovest. Dalle terre che confinano con la Puglia e guardano a levante, dalle murge e dalle gravine crivellate di insediamenti rupestri come fantasmagoriche colombaie.

La via che si inerpica verso Matera attraversa calanchi di argilla dal biancore abbagliante dove le case sembrano librarsi nell'aria, e dopo una serie di ampi tornanti si giunge finalmente in vista dei Sassi. Due quartieri ad anfiteatro, interamente scavati nella roccia: il Sasso Barisano a oriente, quello Caveoso a occidente. Molto più che semplici insediamenti rupestri, i Sassi sono un fantastico traforo della natura e della storia, una filigrana di pietra, una architettura alveare che testimonia un abitare fitto e interdipendente, misura spaziale di una comunità che la povertà e il bisogno stringevano in un legame strettissimo. Nel dedalo tortuoso delle stradine e nella penombra delle chiesette come Santa Lucia alle Malve, San Nicola dei Greci, San Pietro Caveoso, sembra risuonare il canto profondo dei monaci ortodossi, quei "basiliani" venuti fin qui nel VII secolo dall'Armenia, dalla Siria, dall'Egitto sospinti dall'avanzata islamica.

Anche Venosa è di un bianco abbagliante che sa di Puglia ma qui l'odore d'oriente si mescola alla memoria romana. A Venosa patria del grande poeta latino Orazio e tappa fondamentale del percorso della via Appia che conduceva uomini e merci da Roma a Brindisi, porto d'imbarco per la Grecia e l'Asia minore, restano uno splendido castello e un museo archeologico di grande interesse. Ma la suggestione maggiore viene proprio dall'intreccio di antico e moderno che si respira nelle stradine del centro storico. Resti archeologici, accanto a chiese, palazzi gentilizi, abitazioni popolari alle cui pareti sono appese corone di pomodori e di peperoncini rosso fuoco, tutto questo da la sensazione di udire il mormorio ininterrotto del tempo. Dalla romana Venusia alla Magna Grecia il passo è breve. Pochi chilometri verso sud e si cambia dimensione.

Dal desertico biancore delle argille alla sabbia dorata degli arenili e al verde delle pinete. Proprio su questo lembo di Basilicata i Greci fondarono Policoro, la gloriosa Metaponto, dove visse e insegnò Pitagora, e la graziosa Siris - l'attuale Nova Siri - perché attratti dalla fertilità di questa terra solcata da cinque fiumi, dove oggi si coltivano primizie di ogni sorta. Un lungo filo rosso sembra legare il passato e il presente di questi luoghi nel segno della terra, madre e fruttuosa: dalle Tavole Palatine di Metaponto, le quindici colonne che restano del tempio di Hera, la dea dei raccolti, alle costruzioni risalenti alla riforma agraria degli anni Cinquanta. Se Hera fu la grande madre della Lucania antica la Madonna nera di Viggiano lo è di quella attuale.

Il suo santuario sorge nella valle dell'Agri, in cima a quello che i Lucani chiamano il Sacro Monte. Siamo ad oltre millesettecento metri nel cuore della Basilicata, tra il Tirreno e lo Ionio. La statua di questa vergine vive una singolare migrazione stagionale: i mesi invernali è custodita nella chiesa madre di Viggiano e nei mesi estivi si trasferisce nel santuario sul sacro monte: il che lega il culto ai ritmi della transumanza tipici di questa area pastorale. Ancora oggi decine di migliaia di devoti si recano in pellegrinagio sul monte offrendo a quella che Paolo VI proclamò Madre di tutti i Lucani delle pietre scolpite in forma di cuore. Non lontano dalla montagna sacra si trova la montagna di fuoco: il Vulture, altro cuore di questa regione. Acqua e vino sono i due simboli di quest'area vulcanica.

Le rinomate sorgenti dei laghi di Monticchio adagiati sul fondo del cratere i cui fianchi sono ricoperti di boschi e di vigneti. Dai quali nasce l'Aglianico il più famoso dei vini meridionali il cui nome deriva da "ellenico", ovvero greco. Il vitigno arrivò in questa zona con gli Albanesi che si rifugiarono in Basilicata nel Cinquecento per sfuggire ai Turchi, e ancora oggi il suo maggior centro di produzione è Barile cittadina di cultura arberesh, cioè albanese. Ma questa splendida parte della regione è legata soprattutto alla memoria di Federico II, il grande imperatore amante della poesia e delle arti. A lui sono dovuti capolavori architettonici come i castelli di Melfi e di Lagopesole. Il momento migliore per arrivare a Melfi è il tramonto quando la mole del castello incendiata dal sole appare ancor più imponente e maestosa e sembra schiacciare la collina su cui poggia.

Una piacevole atmosfera di gentile operosità si respira nelle stradine del centro storico che circondano lo splendido duomo medievale, nelle botteghe dove si trovano ancora abili artigiani che lavorano il ferro e cuociono vasi negli antichi forni a legna. Pochi chilometri a sud e si trova la Lucania di Carlo Levi, con i suoi bellissimi paesi arroccati sulle alture. Montescaglioso, Tricarico, Miglionico conservano nei bellissimi centri storici la memoria dei popoli che giunsero fin qui. Come la Rabatana di Tricarico costruita dai Saraceni all'inizio del nono secolo dopo Cristo. O come lo spettacolare castello del Malconsiglio di Miglionico così detto dalla famosa congiura dei baroni meridionali che si ribellarono a Ferdinando d'Aragona sovrano del Regno di Napoli e vi furono sterminati.

Ancor più segreto e impervio si fa il paesaggio che si apre a ovest quando si entra nel cuore delle dolomiti lucane dove la montagna sembra far corpo unico con i centri abitati. Come a Pietrapertosa dove ogni roccia ha un nome quasi fosse una persona di famiglia: il Gufo, la Grande Madre, l'Incudine, l'Aquila. E Castelmezzano dove le alture traforate incombono sull'abitato in un grandioso scenario roccioso fatto di guglie e picchi che sembrano scolpiti da un artista visionario. E sempre più a ovest è la tappa finale del nostro viaggio. Dalle alture incantate di Rivello dove tutto sembra sospeso in un equilibrio senza tempo la natura sembra placarsi alla vista del Tirreno. Che attende il viaggiatore a Maratea. Un intrico di vicoli, di case ornate di terrazze fiorite, di muri coperti di bougainvillee, di archi rampanti e di volte misteriose affacciate sul blu profondo del mare. Lo scenario è di una trasparenza e di un nitore pittorici. Non è più la luce bianca e polverosa della Lucania d'oriente ma un chiarore dolcemente azzurrato che ci avverte che siamo ormai tornati in Occidente.