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Uomo e allevamento
Per alcune centinaia di millenni l’uomo preistorico ha condotto la sua esistenza uccidendo prede selvatiche per nutrirsi. Successivamente l’allevamento del bestiame e la coltivazione segnarono delle tappe rivoluzionarie nell’emancipazione dell’uomo. Il primo animale ad essere addomesticato fu la capra che con la pecora divenne la prima specie allevata in greggi. Seguì l’allevamento dei bovini e dei suini.



Gli animali hanno costituito, fino all’invenzione dei motori a scoppio, la più importante fonte di energia e di forza lavoro, nonché gli unici (o quasi) produttori di concime organico. La stessa forza-lavoro animale era inoltre l'unica utilizzabile su larga scala anche al di fuori dell'agricoltura, per trasportare merci e persone, consentendo all'uomo spostamenti più veloci. Gli animali allevati garantivano, inoltre, una maggiore disponibilità di alimenti proteici, sia con le carni (ma, per i bovini e gli equini, la macellazione giungeva solo al termine della loro attività lavorativa), sia con i prodotti lattiero-caseari. Erano anche importanti fornitori di materie prime per attività industriali ed artigianali, come la lana e le pelli (con le quali si confezionavano abiti, scarpe ed altri articoli di pelletteria). Negli ultimi decenni, il ruolo degli animali e le modalità di allevamento sono profondamente cambiate allontanandosi di molto dalle tradizionali tecniche usate dall’uomo. Gli animali non sono più utilizzati come forza lavoro o come mezzo di trasporto fatta eccezione per alcune aree del mediterraneo, dove è possibile vedere muli e asinelli lavorare campi particolarmente scoscesi o trasportare persone; o per tropici dove i bovini, ancora oggi, contribuiscono ad arare circa il 60% dei campi.

Antichi equilibri
Il rapporto tra produzione e consumo di alimenti di origine animale è cambiato nel tempo. Storicamente trasporti e comunicazione erano limitati rispetto all’attuale contesto di globalizzazione e il commercio di prodotti freschi, quindi deperibili velocemente, come carne, latte, uova era molto difficoltoso. Le richieste di questi beni alimentari venivano, perciò, soddisfatte localmente ma soprattutto l’allevamento di bestiame era legato alle disponibilità locali di risorse, come il mangime, i pascoli e l’acqua. Infatti il nesso tra agricoltura e produzione animale è sempre stato molto forte: bovini e ovini brucavano sui campi lasciati a pascolo durante la rotazione delle colture, cibandosi di foraggio, e il loro concime naturale veniva utilizzato per fertilizzare il terreno. Negli ultimi anni invece l’intensità della produzione animale non è più determinata dai limiti ecologici locali, ma può teoricamente crescere all’infinito, o almeno fino a quando l’ambiente sarà in grado di compensare in qualche misura i danni che l’attività antropica sta compiendo. Nello specifico, nei paesi dove l’allevamento intensivo ha preso il sopravvento, è accaduto che:
  • I campi che venivano lasciati “a pascolo” sono stati in gran parte sostituiti da coltivazioni di mais e soia: a differenza del foraggio, questi alimenti fanno crescere l’animale molto più velocemente;
  • Il bestiame utilizzato per il lavoro nei campi, è stato sostituito dai moderni macchinari, che utilizzano carburanti e producono sostanze inquinanti;
  • Il bestiame è stato così raggruppato negli enormi recinti degli allevamenti industriali;
  • L’elevata quantità di reflui zootecnici, ossia il letame accumulato negli stabilimenti industriali di allevamento, deve essere smaltita come rifiuto: in parte perché per fertilizzare i campi oggi vengono utilizzati concimi chimici, in parte perché i reflui vengono prodotti in quantità talmente consistenti che non basterebbero tutti i campi nelle vicinanze degli allevamenti industriali per assorbire le quantità di letame prodotto!




La rottura dell’equilibrio tra agricoltura e allevamento ha comportato, in definitiva, un maggiore uso di risorse e una produzione di materie di scarto superiore alla capacità stessa dell’ambiente di assorbirle. Sarebbe necessario ripristinare gli antichi equilibri facendo in modo che il cibo provenga dalle fattorie, e non da fabbriche , connettendo l’allevamento alla terra.

Nutrire gli animali per nutrire gli uomini
Nel libro Farmageddon  -  il vero prezzo della carne economica si legge che “in questo momento 60 milioni di italiani condividono il loro territorio con 136 milioni di polli, 8.7 milioni di suini, 6.1 milioni di bovini, 73.5 milioni di conigli e 25.2 milioni di tacchini. Oltre il 50% dei cereali prodotti nella Penisola è utilizzato per nutrire gli animali e il 36% del terreno finalizzato alla coltivazione dei cereali è utilizzato in ultimo per nutrire gli animali”.



 
In questo contesto, il ruolo dell’allevamento animale rispetto all’approvvigionamento alimentare è duplice: da un lato le produzioni animali rappresentano una fonte alimentare fondamentale per nutrire il pianeta; dall’altro gli animali in produzione zootecnica possono entrare in competizione con l’uomo per il cibo, in particolare per i cereali. Le monocolture di cereali e soia, che da sé potrebbero nutrire miliardi di persone sono invece destinati al bestiame, causando deforestazioni e impoverendo per sempre gli habitat naturali. Questi aspetti rappresentano una sfida importante per il pianeta perché nutrire gli animali per nutrire gli uomini è un modo costoso per produrre cibo. Basti pensare che per poter nutrire la popolazione mondiale che nel 2050 sarà di 9,6 miliardi di persone, la produzione alimentare dovrà aumentare di circa il 60-100%. Se continueremo a considerare l’allevamento intensivo il cardine dell’industria globale del cibo ci saranno pesanti ripercussioni per gli animali, il Pianeta e l’uomo. E’ stato calcolato che se tutti i cereali prodotti ogni anno venissero divisi tra la popolazione mondiale, ognuno riceverebbe molto di più del cibo necessario per la sopravvivenza: la realtà è, però, molto diversa, infatti da un lato i consumi alimentari dei paesi sviluppati sono talvolta eccessivi, dall’altro 2 miliardi di persone soffrono di denutrizione cronica e 18 milioni di persone muoiono per malattie legate alla fame. La proposta avanzata dall’autore di Farmageddon è quella di “sostenere una produzione di cibo che sia in grado di rimettere gli animali all'aria aperta, al pascolo, anziché dentro capannoni; cibo più nutriente con metodi che risultano migliori sia per il territorio che per il benessere animale”

Un sistema inefficiente per produrre cibo
Vi siete mai chiesti come viene prodotta la carne che trovate al supermercato, ben impacchettata e ordinatamente disposta sugli scaffali? Se ripercorriamo al contrario la filiera possiamo scoprire molte informazioni interessanti su come vengono allevati gli animali e sui danni ambientali che derivano dalla produzione della carne, delle uova, del latte e dei formaggi che quotidianamente mangiamo. Per far fronte alle crescenti richieste di cibo da parte dei consumatori, ha preso piede un sistema di produzione intensivo, in grado di produrre tanta carne e in breve tempo. Gli allevatori trasformano una materia prima come i cereali, disponibili in grande quantità e ad un basso costo, nella carne che mangiamo. Si tratta di un sistema assolutamente inefficiente perché utilizza molto per produrre poco, infatti per ottenere 1 kg di carne di manzo sono necessari circa 7 kg di cereali e circa 15 mila litri di acqua! Inoltre per ogni cento calorie di raccolti utilizzati come mangimi per gli animali da allevamento otteniamo solo 30 calorie di carne e prodotti caseari; una perdita del 70%. Questo metodo però consente di diminuire i costi di produzione e parallelamente di aumentare la quantità di carne prodotta: in pratica consente di produrre di più in modo più economico e veloce! Questo consente di vendere la carne, che è sempre stato un bene che in pochi potevano concedersi il lusso di mangiare, a prezzi più bassi.



Non bisogna farsi trarre in inganno però, infatti il costo della carne è basso solo per il consumatore, ma non lo è per l’ambiente, né tanto meno per gli animali, che scontano un prezzo molto alto: negli allevamenti spesso non viene rispettato il benessere degli animali e vengono prodotte sostanze inquinanti dannose per l’ambiente.