Cibo e Ambiente

 

  Le dimensioni del cibo
Se pensiamo ad una pizza “quattro stagioni” sappiamo dire quale strada hanno percorso i cibi che compongono il nostro piatto?
Le verdure, il prosciutto, la mozzarella, la passata di pomodoro, che rendono così gustosa la pizza ogni qualvolta la desideriamo, come sono stati prodotti?Da quale parte del mondo arrivano?E chi li ha confezionati, distribuiti e trasportati fino alla pizzeria?Per rispondere a queste domande occorre immaginare ogni alimento come una combinazione di materia e di energia che lungo il suo percorso “dalla culla alla tomba” ha effetti sull’ambiente naturale, sulla salute umana e sull’economia delle nostre società.Il cibo, infatti, come ogni prodotto dell’attività dell’uomo, influisce, in modo positivo o negativo, sulle risorse naturali e sulle nostre condizioni di vita, soprattutto oggi che il nostro pianeta sta subendo cambiamenti molto rapidi, sia nel clima sia nella disponibilità di risorse facilmente utilizzabili dall’uomo.

Per poter garantire che nei prossimi decenni il cibo sia una risorsa disponibile per tutti serve, quindi, tutelare l’ambiente da cui l’uomo trae le materie prime e l’energia: quindi, occorre prestare attenzione a cosa c’è dietro al cibo che mangiamo.La produzione, la lavorazione, il confezionamento, e il trasporto di cibo comportano, infatti, numerosi impatti ambientali.

Per pescare, ad esempio, il merluzzo del nostro fishburger sono serviti: carburante per l’imbarcazione, le reti di naylon per la cattura, le celle frigorifere per la conservazione, gli imballaggi di plastica per il confezionamento, i camion per la distribuzione dai mercati all’ingrosso, ai fast-food, alle pescherie e ai supermercati. Ognuno di questi passaggi ha degli effetti sull’ambiente, come, ad esempio, l’emissione in atmosfera di anidride carbonica (che contribuisce al surriscaldamento del pianeta) per spostare l’imbarcazione, raffreddare le celle frigorifere, trasportare la merce.A ciò va aggiunta la produzione di plastica per la quale occorre spendere altra energia per smaltirla correttamente come rifiuto, e così via.

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Lo sviluppo sostenibile
Il modo di pensare al cibo come ad una serie di eventi concatenati tra loro, che hanno effetti sull’ambiente, sulla società e sull’economia, ha pres o piede un po’ in tutto il mondo già negli anni Ottanta.In Germania, in questo periodo un gruppo di nutrizionisti coniò il termine “ecologia della nutrizione” (“nutrition ecology”), per definire una scienza interdisciplinare, che prende in esame tutte le componenti della catena alimentare e ne valuta gli effetti secondo quattro punti di vista principali: la salute umana, l’ambiente, la società e l’economia.Pochi anni dopo, a Rio de Janeiro, i governi dei paesi di quasi tutto il mondo si riunirono nel Summit mondiale delle Nazioni Unite per decidere come gestire al meglio gli impatti che le attività dell’uomo hanno sull’ambiente (“Dichiarazione sull’ambiente e lo sviluppo”, 1992).Durante questo avvenimento internazionale venne espresso il concetto di sviluppo sostenibile, ossia di un modello di sviluppo economico, ambientale e sociale che tuteli l’ambiente e le risorse naturali in modo tale da garantire alle generazioni future le condizioni necessarie per nutrirsi e vivere in salute.L’effetto serra, la desertificazione e la perdita di biodiversità sono solo alcuni dei cambiamenti che il pianeta sta subendo, in gran parte alimentati proprio dalle attività dell’uomo.

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Sostenibilità’ Alimentare
Tra le attività antropiche che contribuiscono ai cambiamenti del pianeta, grande responsabilità è da attribuire anche a come l’uomo produce e consuma il cibo.Per questo è possibile parlare, oggi, anche di sostenibilità alimentare, ossia di quelle scelte che cercano di individuare le strade migliori per limitare gli impatti sull’ambiente e per tutelare i diritti degli esseri umani che da queste risorse naturali dipendono strettamente.Non va, infatti, dimenticato che un cibo non può essere considerato “sostenibile” se durante qualche passaggio dalla produzione al consumo vengono violati i diritti dell’uomo, con lo sfruttamento dei bambini, con il lavoro nero, o con la lesione della salute dei lavoratori e dei consumatori.Per mantenere gli elevati livelli di produzione e consumo di cibo che oggi caratterizzano i paesi industrializzati, come l’Europa e gli Stati Uniti, e che a breve caratterizzeranno anche paesi emergenti come l’India e la Cina, occorrono molta acqua e suolo per allevare gli animali e per coltivare i cereali con cui nutrire gli animali stessi.Servono anche tante sostanze chimiche di sintesi per accelerare i ritmi di produzione sia animale che vegetale, ma altrettante sostanze chimiche di scarto vengono introdotte nei mari, nei fiumi e nel terreno, alterando l’equilibrio degli ecosistemi e uccidendo molti organismi viventi.In particolare, il 70% dell’acqua utilizzata sul pianeta è consumato dalla zootecnia e dall’agricoltura, i cui prodotti servono per la maggior parte a nutrire gli animali d’allevamento.

Quasi la metà dell’impatto ambientale complessivo legato ai processi di lavorazione, produzione e trasporto di cibo è dovuta al consumo di energia, soprattutto di combustibili fossili (come il petrolio), che emette sostanze inquinanti nell’ambiente, in particolare in atmosfera.Ogni anno scompaiono 17 milioni di ettari di foreste tropicali per fare spazio a coltivazioni e a pascoli.Inoltre, la crescita demografica rende sempre più necessari nuovi suoli su cui coltivare per nutrire l’uomo, ma l’uso dei terreni per coltivazioni destinate all’alimentazione animale riduce ulteriormente la possibilità che tutti gli uomini sul pianeta abbiano cibo per sopravvivere e per vivere.

A questo occorre aggiungere lo sfruttamento eccessivo di risorse naturali, come quei pesci (il tonno, il merluzzo, l’acciuga) che, in quanto specie commerciabili, sono stati pescati in grandi quantità per molti anni, come se fossero una risorsa infinita, e che oggi sono a rischio di estinzione.Infine, vi sono aspetti che influiscono negativamente sulle persone che lavorano per produrre, trasformare e confezionare cibo, sulla loro salute e sul loro diritto alla vita.Generalmente sono i prodotti alimentari che noi paesi occidentali importiamo da lontano a portare con sé storie di sfruttamento e di povertà, come, ad esempio, accade per i gamberetti allevati lungo le coste tropicali del Sud America o dell’Asia, o per le banane coltivate nelle piantagioni del Sud e Centro America.

Talvolta anche i cibi nostrani nascondono, però, fatti di immigrazione clandestina e di lavoro in nero, come scoperto per la raccolta dei pomodori nelle coltivazioni del Sud Italia.Quindi, scegliere consapevolmente un prodotto al supermercato significa anche ricordarsi che quel prodotto è il frutto del sudore di molte persone che lavorano troppo spesso in condizioni disumane.

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