Aspetti ambientali

 

Cosa sono?
Quando un aspetto particolare di un prodotto o di un’attività svolta dall’uomo interagisce con l’ambiente circostante, lo si definisce un “aspetto ambientale”, che diviene significativo se quel prodotto o quell’attività interagisce con l’ambiente alterandolo, in modo positivo o negativo.Un aspetto ambientale significativo può avere, quindi, un impatto sull’ambiente, che, purtroppo nel caso delle attività dell’uomo, è quasi sempre negativo.Gli impatti ambientali possono agire in diversi comparti, come nell’atmosfera, nel suolo, o nelle acque dei mari, dei laghi e dei fiumi, fino a raggiungere le acque sotterranee, o ancora sugli organismi viventi animali e vegetali, alterando la biodiversità.Per semplificare pensiamo, ad esempio, a quando, ogni mattina, ci spostiamo da casa per andare a scuola o al lavoro: se utilizziamo il motorino, l’automobile o l’autobus, contribuiamo all’emissione in atmosfera di sostanze inquinanti come i composti dell’azoto o l’ozono troposferico, ossia di tutte quelle sostanze che, se presenti in quantità elevate, ci fanno respirare a fatica o che ci fanno pizzicare.In questo caso, se volessimo applicare le definizioni date sopra, uno degli aspetti ambientali dell’utilizzo dell’automobile è l’emissione di sostanze inquinanti, poiché è un aspetto che interagisce con l’atmosfera; se, poi, tante automobili insieme producono queste sostanze inquinanti si può verificare un impatto ambientale, poiché l’atmosfera viene modificata nella sua composizione.L’alterazione dello stato dell’aria è, infine, un impatto negativo per l’ambiente, in quanto la presenza nell’aria di queste sostanze tossiche mette a rischio la salute di tutti gli organismi viventi, incluso l’uomo.

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Gli effetti del cibo sull’ambiente
Per il cibo è possibile fare lo stesso ragionamento che abbiamo fatto per l’automobile.Ogni alimento ha, infatti, degli aspetti ambientali significativi, in quanto interagisce con l’ambiente e può avere degli effetti – quindi, degli impatti - negativi o positivi, sulle risorse naturali, sul clima e sugli organismi viventi.

Il consumo di energia
Tra i cibi di cui l’uomo si nutre vi sono i vegetali - come la frutta e la verdura - la carne - di pollo, di manzo, di maiale - e il pesce, insieme a molluschi e crostacei.Per coltivare la frutta e la verdura occorre energia per spostare i macchinari agricoli, irrigare i campi, arricchire i terreni di nutrimento (come il concime) e raccogliere i prodotti della terra.Per allevare animali serve, oltre all’energia per riscaldare, raffreddare e illuminare i capannoni in cui vivono, il cibo con cui far crescere ogni singolo capo di bestiame: i sistemi moderni di allevamento utilizzano principalmente alimenti vegetali appositamente coltivati per nutrire gli animali, come il mais e il frumento.Oggi, però, c’è la necessità di allevare tanti animali e molto velocemente, sia –si mangia molta più carne che in passato, soprattutto nei Paesi industrializzati, sia perché la popolazione mondiale è in continua e rapida crescita.L’uso di mangimi altamente nutritivi come i cereali permette agli allevatori di rispondere alle richieste del mercato, anche se, nel trasformare i vegetali in proteine animali, un’ingente quantità delle proteine e dell’energia contenute nei vegetali viene sprecata: per ottenere 50 kg di proteine animali da un manzo occorre, infatti, averlo nutrito con ben 790 kg di proteine vegetali!

Dal punto di vista dell’energia, per ogni caloria di carne bovina disponibile per il nostro organismo servono 78 calorie di combustibile fossile, per ogni caloria di latte ne servono 36, e per ogni caloria che si ricava dalla soia sono necessarie solo 2 calorie di combustibile fossile, un rapporto di 39:1 a sfavore della carne. (fonte: Dalla fabbrica alla forchetta)Tutto questo comporta dei gravi effetti sull’ambiente, poiché il consumo elevato di risorse energetiche non consente alle risorse stesse di rigenerarsi, rendendole sempre meno disponibili per l’uomo.

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L’impoverimento delle risorse naturali
Il 70% dell’acqua utilizzata sul pianeta è consumato dalla zootecnia e dall’agricoltura (i cui prodotti servono per la maggior parte a nutrire gli animali d’allevamento).Gli allevamenti consumano una quantità d’acqua maggiore di quella necessaria per coltivare soia, cereali, o verdure per il consumo diretto umano.

Dobbiamo sommare, infatti, l’acqua impiegata nelle coltivazioni, che avvengono in gran parte su terre irrigate, l’acqua necessaria ad abbeverare gli animali (una vacca da latte beve 200 litri di acqua al giorno, un bovino 50 litri, un maiale 20 litri), l’acqua per pulire le stalle e per i processi di lavorazione della carne.Facendo un calcolo basato sulla quantità di proteine prodotte si ottiene un rapporto molto sbilanciato a sfavore degli allevamenti: per un chilo di proteine animali occorre un volume d’acqua 15 volte maggiore di quello necessario alla produzione della stessa quantità di proteine vegetali.In tutto il mondo, i suoli hanno subito in pochi decenni cambiamenti radicali nel loro utilizzo, tanto che circa metà delle terre fertili del pianeta è oggi impiegata per coltivare cereali, semi oleosi e foraggi destinati all’alimentazione animale.Le foreste pluviali del Sud America sono state sostituite in gran parte con pascoli per l’allevamento estensivo, nonostante questa terra non sia affatto adatta al pascolo: nell’ecosistema tropicale, infatti, lo strato superficiale del suolo contiene poco nutrimento ed è molto sottile e fragile.Dopo pochi anni di pascolo il suolo diventa sterile e gli allevatori passano ad abbattere un’altra regione di foresta. In più, gli alberi abbattuti non vengono commercializzati, poiché risulta più conveniente bruciarli sul posto.

D’altro canto, nelle terre adibite alla coltivazione di cereali per l’alimentazione degli allevamenti intensivi, il continuo accorciamento dei maggesi non lascia al suolo il tempo di rigenerarsi, accentuandone l’erosione e portando a frane ed inondazioni, diminuzione dell’approvvigionamento delle falde, desertificazione e siccità ricorrenti.Anche in mare la situazione non migliora: le foreste di mangrovie delle zone costiere oceaniche sono state eliminate per lasciare il posto ad allevamenti di gamberetti per il commercio internazionale e, in mare aperto, molti pesci, come il merluzzo, il tonno e l’acciuga, sono stati pescati più velocemente della loro capacità di riprodursi.

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Troppi scarti che inquinano
L’utilizzo di quantità eccessive di prodotti chimici, soprattutto in agricoltura, è fonte di inquinamento per il suolo, l’acqua e per il cibo stesso che l’uomo mangia.Le sostanze chimiche vengono utilizzate in particolare nella monocoltura, un sistema inefficiente che deve essere alimentato in modo artificiale dall’uomo introducendo:

  • fertilizzanti, per arricchire il terreno di sostanze nutritive
  • insetticidi, che uccidono gli insetti nocivi per le colture
  • diserbanti, detti anche erbicidi, per eliminare le piante infestanti che ostacolano la crescita della coltivazione

Un tempo, per fertilizzare il terreno, il contadino utilizzava il concime raccolto dalla stalla.Oggi, le grosse imprese zootecniche allevano animali ma non coltivano la terra e, in ogni caso, hanno così tanti capi di bestiame che i campi circostanti lo stabilimento non bastano per accogliere tutte le loro deiezioni, che devono quindi essere smaltite come rifiuti pericolosi, per non inquinare i suoli e le acque, provocando un fenomeno detto eutrofizzazione, che colpisce molti dei nostri laghi e delle zone costiere.Anche insetticidi, erbicidi e farmaci, dispersi sulle coltivazioni e somministrati agli animali possono passare nell’ambiente e, attraverso i suoli e le acque, risalire la catena trofica e arrivare agli alimenti di cui si ciba l’uomo, come le verdure o il pesce.

Oltre a ciò, va considerato tutto quel materiale di scarto che deriva dai processi di lavorazione e confezionamento degli alimenti, come gli imballaggi di plastica, di alluminio, di carta.

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  Gli aspetti sociali dell'alimentazione Secondo le ultime statistiche della FAO, ci sono 795 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo, di cui il 98% vive nei Paesi in via di sviluppo.  

Eppure, la disponibilità di cibo attuale permetterebbe a tutti gli abitanti del pianeta di nutrirsi adeguatamente se si consumassero direttamente cereali e legumi che invece vengono impiegati per nutrire gli animali da allevare. Circa 3,5 miliardi di ettari di terra (ossia il 70% della terra coltivabile del pianeta) sono destinati alla produzione animale. Di questi, 470 milioni sono riservati alla coltivazione di cereali e leguminose per la produzione di mangimi.La Commissione Europea hadichiarato che l’Europa è in grado di produrre abbastanza vegetali da nutrire tutti i suoi abitanti, ma non i suoi animali allevati.

Così solo il 20% delle proteine vegetali destinate agli animali d’allevamento proviene dalle coltivazioni europee, i resto viene importato dai paesi del sud del mondo, impoverendoli ulteriormente e sfruttando le loro risorse ambientali.

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  Cibo e economia Mentre nel passato vi era una simbiosi tra la coltivazione della terra e l’allevamento di animali, a partire dagli anni ‘50-’60 si è sviluppata in Europa (sulla scia di quanto avveniva negli Stati Uniti), la zootecnia intensiva, in cui gli animali vivono in grandi capannoni senza più alcun legame con la terra e i mangimi vengono acquistati all’esterno, spesso anche da altri continenti.La tecnologia e il progresso hanno reso possibili lunghi spostamenti di animali vivi e morti tra paesi molto lontani tra loro geograficamente, contribuendo così ai problemi ambientali ed etici derivanti dal trasporto di animali vivi e dall’enorme consumo energetico necessario per il trasporto, la lavorazione e distribuzione dei prodotti.

 


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